lunedì 9 febbraio 2026

Ma la sofferenza rende più cattivi?

Sulle tormente di merda che stanno agitando il mondo attualmente non mi pronuncio e per ignoranza (ho bisogno di non sapere; meno so, meglio sto) e per distacco biofilo.

Scrivo un post leggero che spero sia anche condivisibile.

"O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo". Le persone con una qualche predisposizione alla cattiveria hanno trovato in questa frase il trionfo di tutto ciò in cui hanno sempre creduto: homo homini lupus, mors tua vita mea, il mondo è una giungla governata dall'odio e dal male e bisogna sapersi difendere, difendersi continuamente da esso. 

D'altro canto ci sono anche persone che non hanno bisogno (se non "non riescono") a viverla così. Sono le persone "buone" e davvero ferite, che avendo passato quasi tutto sanno cosa significa trovarsi in quasi tutte le condizioni, sanno perciò empatizzare con quasi tutti; e sanno di avere una responsabilità importante nel non aggiungere caos al caos - che anche una sola parola gentile può cambiare il destino di una persona, e quindi, l'assetto del mondo...

Le persone che hanno sofferto, o millantano di soffrire drammi che ad una analisi più attenta sono trascurabili o meno semplificati di come sono presentati, presentano tratti distintivi netti:

  • Scelta narcisistica difensiva verso l'esterno. Si cementificano nell'adorazione di sé e nei confini (i "muri"), praticando disprezzo sul debole.
  • Non sanno stare a contatto con la propria e con l'altrui sofferenza; il disprezzo diventa il modo che utilizzano per mettere distanza da una verità che potrebbe far crollare la loro persuasione di essere "superiori" o "integerrimi".
  • Si sono indurite perché non avevano (geneticamente) altre risorse da adoperare per difendersi da un mondo percepito continuamente offensivo, i cui attacchi restano attaccati al senso di patinata perfezione che hanno di sé come una colla; le persone che presentano forti tratti narcisisti non sanno lasciarsi scivolare addosso assolutamente nulla, e tutto per loro è motivo di rabbia, sofferenza e aggressione su altri (più deboli).
  • La vera cattiveria non è caotica, dispersiva, ma ragionata, equilibrata, "perfida" insomma, e lavora "dal sottosuolo" per arrecare maggior danno possibile al minor prezzo (in reputazione). 
  • C'è sempre una "causa di tutti i mali" per le persone che soffrendo pene minori hanno trovato un condotto di autoprotezione nella cattiveria: le persone che non sono cattive e che hanno sofferto davvero nella vita hanno un senso di universalità e comprensione anche - e soprattutto - di chi le ha ferite e del loro nemico, perciò non covano astio e desiderio di vendetta.
  • C'è sempre da lamentarsi; e sempre della stessa cosa/persona: quale che sia l'offesa (anche leggera) che le persone insensibili e narcisiste percepiscono o provano da parte degli altri, girando si ritorna sempre centripetamente al solito argomento: la "causa di tutti i mali" o scaricabarile di tutta l'angoscia e di tutta la rabbia esistenziale della persona narcisista. Una persona che è ferita, e sceglie un'altra strada, è capace di sentirsi parte del mondo quale che sia la distanza (i "muri") che erige la persona "cattiva" o narcisista, resta perlopiù indifferente ad ulteriori tentativi di ferirla, di offenderla, di sminuirla, ha abbastanza dolore da colmare il vaso e non una sola goccia di rabbia, risentimento, odio può aggiungersi. Non si lamenta o lo fa occasionalmente, e l'angoscia viene direzionata verso più elementi in causa, non c'è "un unico oppressore", "un unico colpevole". 
  • La cattiveria delle persone "davvero cattive" e "poco ferite" ci tiene a risultare bontà.
  • Le persone che si induriscono nella cattiveria indurendosi si arroccano nella propria persuasione di essere assolutamente nel giusto; chi invece, avendo davvero sofferto, apre il cuore al mondo è consapevole di essere parte in causa (oltre che parte lesa) nel gioco di interazioni e sentimenti che lo coinvolge e che coinvolge tanto lui quanto il "nemico".
  • Le persone che non scelgono la difesa narcisistica usano l'iper-razionalizzazione, cercano di capire i "perché" delle cose non limitandosi alle sentenze rapide e facili. Sono, insomma, anche più intelligenti: colgono sfumature di grigio laddove il pensiero dicotomico-narcisistico vede solo "bianco" o "nero". 

Concludo il post con una breve sintesi: la vera sofferenza ammansisce il proprio animo - se il proprio animo di base non è malvagio. Lo rende meno reattivo. Più compiacente. Meno aggressivo, violento, ansioso, tormentato. Il vero dolore desidera affrancarsi dal dolore proprio, non causarne ulteriore agli altri. Le persone "davvero ferite" sono anche (in un certo senso) "sconfitte": se anche tentano di farlo non sanno utilizzare nel modo più opportuno una difesa che non gli è propria, la cattiveria, così si risolvono ad incontrare infine la loro vera natura contro tutte le pretese esterne che siano cattive, o che lo diventino. 

Una persona davvero buona, davvero ferita, è un "carro armato" contro la pressione della parte "cattiva" del mondo a snaturarla, a incattivirla. Non si smuove dalla sua posizione di "bontà" intesa come "assenza di volontà di nuocere". E' più concentrata sul proprio benessere che sul malessere altrui - o per meglio dire, il suo benessere non dipende dal malessere altrui. 

Se il mondo fosse in mano esclusivamente ai cosiddetti "cattivi", a chi trova capri espiatori nel prossimo, a chi è incapace di empatizzare e pone una distanza umoristica e sprezzante fra sé e la diversità, sarebbe già condannato all'estinzione. Invece c'è - per fortuna - anche altro. Ed è questo "altro" che salva la continuità della nostra vita.

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