venerdì 16 gennaio 2026

Tear along the dotted line

Stanotte, giusto che volevo un sottofondo, ho messo su Netflix "Strappare lungo i bordi" di Zerocalcare. La serie potrà essere un po' "folle" e "estremizzata" - non mi ha propriamente coinvolto, pensavo a quanto fossero inutili tutte quelle parolacce -, non guarderò il seguito ma il finale mi ha lasciata con un po' di angoscia addosso. 
Non che dipenda dalla serie.
Però trattando di un tema sensibile come il suicidio, inevitabilmente - mescolando il riso per risotti del pranzo di lavoro - sono tornata a pensarci. Sto bene pensando all'idea di andarmene, giunti a questo punto? Credo di avere molta tristezza nascosta, seppellita sotto strati e strati di terra-inconsapevolezza. Vado avanti senza sentirla - ci cammino sopra quella tristezza. La calpesto con la suola delle scarpe. Ma è sempre lì sotto e ogni tanto, come nei film horror di zombie, bussa alla testa. 
La cicatrice fa ancora male.
La morte è ancora un sollievo.

"Suicida seriale": ci ho pensato tanto. I miei continui tentativi erano visti con odio dagli operatori del PS - come se ti fosse di "disturbo" venire a raccogliere una "matta" che ha tentato di togliersi la vita, che gente di merda -, quando non subivo vero "bullismo" venivo trattata con fastidio, rabbia, non-rispetto.

E' una cosa generalizzata a tutto l'ambiente sanitario da sempre. (Poi trovano da lamentarsi se sbrocco e dico che "il servizio pubblico italiano è la feccia della feccia".)

Non so perché sono qui. E lo so che è da malati pensare al suicidio. E' da malati ponderarlo quale che sia la situazione. La situazione qui non è nemmeno così malvagia. Credo.

Sì, vabbé: non esco di casa da quattro giorni, e la mia testa è una nebbia. Non uscendo di casa ho capito che l'isolamento è una droga: più ti isoli più ne vuoi.

Io ho l'amico che mi fa compagnia - ma in genere preferisce fare altro. E la gran parte della giornata sono sola con me stessa a galleggiare nell'incoscienza. (Sì, come una stronza.)

Definitivamente non ho strappato lungo i bordi, ho fatto a pezzi il foglio sin-dal-primo-momento. Ritagliato i coriandoli alla cazzo di cane. Poi i coriandoli, svolazzando, toccano terra. Ed è quella lì la mia vita - fatta a pezzettini minuscoli.

Ma non dimentichiamoci la funzione dei coriandoli: riempire il Carnevale di colori e festa. 
Il Carnevale forse è nella mia testa, anche se sembra un Carnevale piuttosto macabro.

2 commenti:

  1. "Strappare lungo i bordi" è pineo di parolacce, perchè è verosimile. Lo è nella rappresentazione del personaggio (se stesso) e luoghi, quartieri dove si svolge la storia. Però capisco che può sembrar eccessivo. Il resto è difficile da commentare. Quando si creano nuove pagine (di vita) non le strappare per farci coriandoli, raccogli invece quelli già in terra (tanto ormai sono andati) lanciali in aria e ballaci sotto è l'unica cosa che si può fare.

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    1. Apprezzo il commento, so che non è sempre semplice mettere bocca su faccende di un certo tipo - delicate. In effetti non andrebbero nemmeno condivise su un blog. Credo che dei nostri "coriandoli" dobbiamo imparare a farci qualcosa, che sia ballarci sotto o riassemblarli alla meno peggio per dare forma a qualcos'altro che non sia un'accozzaglia inutile di quadratini. (Sto parlando di sublimazione, sì...). Il punto è trovare la forza d'animo per intraprendere un progetto e incaponircisi fino in fondo. Quella per fortuna in genere non mi manca.
      Un abbraccio!

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