venerdì 16 gennaio 2026

Vita che si intrufola fra le crepe, morte che sanguina dalle feritoie

Post ad alto contenuto di dopamina. Grazie alla caffeina.

Tempo fa di getto scrissi un haiku: faceva così

Sangue rosso
su un lenzuolo bianco, sembrava
quasi amore...

Gli haiku sono semplici e mi sono affini come stile nella scrittura. Solo sono meno prolissi, più ermetici.

Ho caricato sull'intelligenza artificiale un paio di disegni fatti da me chiedendo se hanno uno stile, l'AI mi ha risposto che vado sull'espressionista / semi-realistico da graphic novel. Per associazione stamattina ho pensato che "Sarebbe bello cominciare un corso per grapic novelist", che poi sarebbe una sorta di "chiusura del cerchio" perché quando ero ragazzina mi ero iscritta all'artistico proprio col pensiero di fare fumetti come carriera.

Conosco pochi graphic novel - così pochi che posso elencarli tutti: il celebre Maus di Spiegelman, Blatta di Ponticelli, ancora Le Mani di Zeta di Akab, Neuro habitat di Miguel Martìn, Hicksville di Dylan Horrocks -, quel mondo lì - del fumetto - non mi ha mai coinvolta fino alla gioia di vivere, mi piace fare "i primi piani" a schizzo con la matita, ritrattini pseudo-cartoon, mi piace a volte dipingere qualcosina - nella pittura mi avvicino allo stile impressionista (Monet e simili)... (per quanto sia arrogante settarmi da qualche parte nel quadro, sono una che spennella ad mentula canis e qualche volta per un colpo di fortuna o di ispirazione dà forma a qualcosa di decente.)

Ero certa che non sarei mai arrivata da nessuna parte, di fatto sto ancora incatenata in quella stanza orrida, solo proiettata nello spazio (ma non nel tempo) lontana da lì. E' già qualcosa? Se fosse così, potrei vedere dispiegarsi davanti a me la possibilità di creare una strada.

("As you start walking on the way, the way appears".)

Pensierino sbocciato dopo la lettura della Tana di Kafka in particolare: non puoi sottrarti alla vita, per quanto bene cerchi di nasconderti da essa. Non esiste caverna abbastanza arzigogolata, labirintica e profonda che possa nasconderti per sempre dal sole.

Persino il tenente Hiro Onoda venne riportato indietro.
Qualcuno ha ficcato la testa nella stanzetta dei ditalini mentali e mi ci ha tirato fuori.
Questo, non lo posso negare, adesso mi fa sentire entusiasta. (Non "felice". Solo "entusiasta". Vuotamente entusiasta.)

Non so perché dovrei volerci fare qualcosa con questa vita. Per quanto mi riguarda ho tutto ciò che posso desiderare, se continuasse così fino alla morte sarebbe d'una pace (che mi merito, dopo tutto) da paradiso: una casa, un conto, acqua e cibo, una persona amica.

Tutto questo lo posso perdere da un giorno all'altro. 

Per scongiurare una catastrofe che non sento con apprensione - sono un animo leggero - avrei puntato a diventare una commessa in un negozio di vestiti - mi vengono un po' di dubbietti perché lì si richiede la "bella presenza", ma sarebbe il coronamento di una mia attitudine (consigliare vestiti e abbinamenti) - più probabile sarebbe finire in una fabbrica o a fare qualcosa di più modesto, e con ciò si intende che non sarò mai in grado di lavorare - qualunque cosa sia, va accolta...

(Mi sembrava preoccupata per le finanze la mia povera mamma)
(Ha questa bimbaminchia di figlia che superati i 30 anni né ha mai lavorato né sa ancora "cosa vuole fare da grande". Non credo che ci sia più da ponderarlo.)

Come sia sia, nulla esclude il corso di illustrazione, se ne trovo qualcuno che dia un attestato per inserirsi nell'ambito perché no, alla fine è una cosa che amo fare anche a tempo perso. Se si inserisse nella mia vita come "mestiere retribuito", sarebbe molto di incoraggiamento a migliorare. Altrimenti potrebbe restare un hobby in parallelo. 
Devo pensarci.

Finché ero piccola tutto o quasi mi veniva facile: i libri dei compiti finiti in una giornata e mezza d'estate, le lezioni mandate a memoria come bevendo un bicchier d'acqua, il disegno, mi veniva bene, tutto mi è venuto bene senza molta fatica. Non mi sono mai impegnata, quindi sono sempre rimasta mediocre in tutte le cose pur avendo più interessi.

Forse alla fine non "voglio" - prima ancora che "non posso" - realizzarmi in nulla.
Puoi dare un senso ad una vita solo dandole un "ambito", una "direzione". Preferisco marcire nel non-senso? Sono fedele al "don't try" di Bukowski. (Fra il dire il fare ci sono di mezzo più globi terracquei...). Sarà che le persone mi fanno molta paura (comprensibilmente).

Per quanto sia una bambina stupida e non riesca ad afferrarlo pienamente, le tragedie succederanno. Finiranno i bei tempi. Cominceranno i tempi grigi. Ricominceranno a riempire i cieli le nuvole grigie. 

Mi sono fatta la promessa che per quanto sia violento il prossimo temporale, resterò aggrappata alla vita. Anche ad una vita così idiota.

postscriptum

"Finiranno i bei tempi"... Ma sono mai cominciati?...

Tear along the dotted line

Stanotte, giusto che volevo un sottofondo, ho messo su Netflix "Strappare lungo i bordi" di Zerocalcare. La serie potrà essere un po' "folle" e "estremizzata" - non mi ha propriamente coinvolto, pensavo a quanto fossero inutili tutte quelle parolacce -, non guarderò il seguito ma il finale mi ha lasciata con un po' di angoscia addosso. 
Non che dipenda dalla serie.
Però trattando di un tema sensibile come il suicidio, inevitabilmente - mescolando il riso per risotti del pranzo di lavoro - sono tornata a pensarci. Sto bene pensando all'idea di andarmene, giunti a questo punto? Credo di avere molta tristezza nascosta, seppellita sotto strati e strati di terra-inconsapevolezza. Vado avanti senza sentirla - ci cammino sopra quella tristezza. La calpesto con la suola delle scarpe. Ma è sempre lì sotto e ogni tanto, come nei film horror di zombie, bussa alla testa. 
La cicatrice fa ancora male.
La morte è ancora un sollievo.

"Suicida seriale": ci ho pensato tanto. I miei continui tentativi erano visti con odio dagli operatori del PS - come se ti fosse di "disturbo" venire a raccogliere una "matta" che ha tentato di togliersi la vita, che gente di merda -, quando non subivo vero "bullismo" venivo trattata con fastidio, rabbia, non-rispetto.

E' una cosa generalizzata a tutto l'ambiente sanitario da sempre. (Poi trovano da lamentarsi se sbrocco e dico che "il servizio pubblico italiano è la feccia della feccia".)

Non so perché sono qui. E lo so che è da malati pensare al suicidio. E' da malati ponderarlo quale che sia la situazione. La situazione qui non è nemmeno così malvagia. Credo.

Sì, vabbé: non esco di casa da quattro giorni, e la mia testa è una nebbia. Non uscendo di casa ho capito che l'isolamento è una droga: più ti isoli più ne vuoi.

Io ho l'amico che mi fa compagnia - ma in genere preferisce fare altro. E la gran parte della giornata sono sola con me stessa a galleggiare nell'incoscienza. (Sì, come una stronza.)

Definitivamente non ho strappato lungo i bordi, ho fatto a pezzi il foglio sin-dal-primo-momento. Ritagliato i coriandoli alla cazzo di cane. Poi i coriandoli, svolazzando, toccano terra. Ed è quella lì la mia vita - fatta a pezzettini minuscoli.

Ma non dimentichiamoci la funzione dei coriandoli: riempire il Carnevale di colori e festa. 
Il Carnevale forse è nella mia testa, anche se sembra un Carnevale piuttosto macabro.

giovedì 15 gennaio 2026

Fratello

Non affidarsi all'intelligenza artificiale per le questioni di cuore, dato che non ne ha uno, è una scelta intelligente. 

Stamattina parlavo con l'AI del comportamento del mio amico, lei mi persuadeva a fare attenzione alle situazioni da "cammino sui gusci d'uova" e a lasciarlo come gesto d'amore per me stessa.
Poco dopo gli scrivo, chiedendogli se ha intenzione di continuare a trattarmi in un certo modo, senza rabbia ma con un po' di tristezza. Pronta risposta:

"Ti ho chiamata, ho fatto un incidente".

Lui stava bene, ma la sua automobile era completamente distrutta da un lato. Dopo una telefonata in cui mi sono accertata che davvero stesse completamente bene, mi sono preparata per la seduta, ma ho toppato nei propositi: mi sono addormentata come un sasso.

Lui stasera mi disse che la tizia con cui ha fatto un incidente aveva la macchina distrutta ed era (giustamente) incazzata come una iena perché "aveva finito di pagarla il giorno prima".
(E questo avvalora ciò che ho pensato oggi a più riprese: "La fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo".)

Stasera ha aperto un minimo l'uscio, l'amico, per dirmi come si sentiva. E' stata una delle poche volte che abbiamo "comunicato". In genere io parlo, lui ascolta, e non so (e non voglio sapere) cosa pensi. Ma... chicca: so parlare un'ora intera di cazzate facendomi ascoltare e poi tristemente concludere che forse non mi ama come dice. Una volta mi sbattè il telefono in faccia e successivamente me lo disse chiaro: "Sto qui ad ascoltare con attenzione le tue stupidaggini per un'ora e non ti amo?"

La parola "amore" è sparita dal nostro vocabolario gradualmente, sostituita da un più tenue e cauto "voler bene".

Quando sto sola mi baluginano in mente tutt'altri pensieri che lui. Tutt'altre persone. Forse che non amo lui (né nessun altro al momento, né desidero innamorarmi ancora...), ma ci sono molto affezionata.

Siccome il volersi bene è un fenomeno assai raro, tanto vale che continuiamo finché è utile a farci compagnia... A me piacerebbe essere una presenza amorevole a cui potesse affidarsi, per il resto so che non sarò mai la donna della sua vita (né lui l'uomo della mia)

E chi potrebbe essere l'uomo della mia vita? probabilmente nessuno, in effetti. Ma non ha più importanza. La cosa più bella e più preziosa che lui mi ha insegnato, lungo questi anni insieme, è ad amarmi da me. Se non avessi infine ceduto all'amore che provo per lui come "fratello", non ci sarei mai riuscita.

domenica 11 gennaio 2026

Artico

Se "la vita è un sogno" (cit. da Waking life), i sogni che faccio dormendo raccontano di una nevrosi isterica... una nevrosi isterica tormenta le mie notti, e i miei giorni, lungo tutte le ore che passo a dormire, e per quanto ci provi non riesco a sentire nulla svegliandomi, ottundimento emotivo dicono.

"La mia vita non esisteva prima che venissi tu"
"Non riesco a ricordare il mondo prima di te"
ecc. ecc.

Non mi sono goduta un minuto, nemmeno quando la mia vita "era appena iniziata" potevo afferrare che non stesse finendo.
E spingendomi più in là fino oltre al bivio fatale (vita? morte?), ho scelto la strada più tetra. Degenerazione... Ho avanzato tanto lungo la strada sbagliata, tornare indietro significa ripercorrerne uno spaventoso tratto fino a poter imboccare la strada giusta... 

Non cambierò più ormai...

Quando si sta molto male a livello psicologico è facile che si invecchi bambini. 
Prego di non invecchiare bambina. Non sola. Non danzando sotto la pioggia come una matta alienata nella sua scatola cranica.

Ricordo quanto mi sentissi disperata pensando di non essere più nel fiore degli anni e che sarei morta da sola - ho avuto culo ma dato quanto eccello in stupidità ho rovinato tutto. 
Ho rovinato tutto in favore della lotta fra me e la vita: una lotta che fa: gli errori non hanno nessun diritto alla gioia, all'amore, alla luce.
Così trasmettono i genitori, così impariamo a sentirci. 
sono rimasta nel buio tutto il tempo. E in questo buio potrei morirci, senza più nessuno accanto. Salendo in cima sempre meno spettatori sugli spalti... speravo di poter arrivare in cima all'ultimo spalto e raccogliendo le mie cose andare via...

i ghiacciai al tramonto descrivono quello che ho fatto alla mia vita. Un'immensa distesa di bianco. Gelo ghiacciato, ma nessuna precipitazione.

In una delle giornate-tutte-uguali sono andata in un negozio e ho incrociato lo sguardo con una tizia che conoscevo. Mi fissava da dietro la cassa, meravigliata. Ho sollevato lo sguardo e ci siamo incrociate, lei ha distolto il suo, a disagio. Mi avrà riconosciuta anche se sono così diversa da com'ero?, quel che più conta è che in quel momento ho visto davanti a me un essere umano.

vedere una "persona" in un "simbolo" che mi faceva così tanta paura.
cristallizzata per una vita e da una vita nel dolore dell'essere vittimizzati.
seduta ad un banco scolastico che non è mai sparito. sono ancora in quella classe. ancora fra i miei pochi punti di riferimento quando devo pensare a qualcosa come "la mia vita".
prima di pretendere di essere trattata come un essere umano, dovrei abituarmi a non disumanizzare nessuno. è perché sono incline a giudicare che vengo giudicata così tanto. sono sicura che si raccoglie quello che si semina, anche dentro di sé, nel silenzio della propria mente. se sei una pessima persona, troverai e vedrai solo pessime persone attorno a te.

postscriptum

si fa avanti strisciando e congelando il sangue un atroce sospetto da qualche tempo...
lo nego, lo nego perché sarebbe orribile... morirei dandolo per certo...

venerdì 9 gennaio 2026

Sembrava reale

Con un bicchiere di vino mi girava la testa. Mi sono infagottata sotto le coperte e prima di accorgermene sono scivolata nel sonno.
Quando mi sono svegliata mi sembrava un sogno talmente reale che non credevo nemmeno fosse stato veramente un sogno.
E ricordo di quello che leggevo in esoterismo (quando ero appassionata di esoterismo), tipo che il sogno è un ponte fra un universo e l'altro... cazzate che ti prendono (circa). 

C'era un'atmosfera da "Perfect day" di Lou Reed: drink sangria in the park... Io e un tizio che non conoscevo insieme sul verde prato collinoso di un parco pubblico che mi sembrava simile alla piazza Ariostea a Ferrara. Parlavamo di... roba che non ha nulla a che fare con la mia vita da veglia, un sacchetto di droga da sniffare. Pensavamo di andarci a fare la nostra dose a casa (mia), così oltrepassavamo il parco insieme e giungevamo in una casupola un piano ove facevamo ingresso. Ci venivano incontro madre e sorella (mie), che nelle fattezze erano uguali alla veglia. Scoppiava una furiosa lite. Minacciava, la madre, di buttarmi fuori di casa (lo desidera anche in veglia...), se non avessi buttato immediatamente la roba. L'amico di cui non ricordo la faccia si era dileguato o era non pervenuto nel frattempo. Urlavo che me ne sarei andata per sempre. Me ne andavo per sempre.
Recuperavo l'amico ed era improvvisamente notte... un localino molto grazioso, decorato con zucche di Halloween (era Halloween?), ordinavo una specie di fetta di torta arcobaleno "woke" e l'amico forse un cappuccino. Mangiavamo in rigoroso silenzio. La bustina era sempre nella borsa che portavo appesa alla spalla, e quando uscivamo nelle strade immerse nel buio parlavamo di nuovo di dove l'avremmo aspirata... e così terminava il sogno (che ricordi).

Una volta sveglia mi è parso di essere sbalzata da una realtà ad un'altra (più deprimente).
Ecco, alla fine credo di non fottermene granché del significato intrinseco delle cose... sarei solo rimasta lì nel sogno per tutto il resto della mia vita. Se fossi scivolata nel coma e ci fossi rimasta "incastrata" fino alla morte per eutanasia sarebbe stato un bel miracolo, un "bel sogno".

Sono andata in cucina ed ho messo la moka sul fuoco e col caffè in gola (amaro come lo bevo) mi sono sentita piena di sollievo poiché la persona che mi fa da pseudo-compagna non aveva le palle girate e mi ha trattata con gentilezza. Una gentilezza che nemmeno mi merito. O sì? O forse dovrei volermi più bene... 

(Mi pare di starmi "sforzando" di restare cattiva, mentre in realtà sono stanca e sarei felice di poter deporre le armi, come in "Knocking on heaven's door".

Mama, take this badge off of me
I can't use it anymore.
It's gettin' dark, too dark for me to see
I feel like I'm knockin' on heaven's door.

Knock knock knocking on heavens door... )

mercoledì 7 gennaio 2026

Facce nella notte

Sin da bambina ho avuto problemi con il sonno. Tormentavano le mie notti incubi notturni che mi facevano svegliare gridando. Ho seguitato più avanti a soffrire di illusioni ipnagogiche in assenza di paralisi del sonno. Nel buio prendevano forma facce orripilanti di mostri, demoni, streghe, mutilati. Un esempio di ciò che vedo è il disegno di cui sopra. Lampeggiano come flash nel buio pulsante delle retine e svaniscono pochi istanti dopo.
Il fenomeno si è ridotto nel tempo fino a diventare occasionale. L'ausilio maggiore (incredibile, io non sono credente...) me lo ha dato la preghiera.
Nel frattempo c'è una persona che infesta i miei incubi, il motivo per cui stanotte avevo paura di addormentarmi e me ne stavo con gli occhi aperti sul soffitto sperando si calmasse il battito cardiaco e scivolassi nel sonno.
Due ore dopo sto ancora ascoltando musica con le cuffiette. Sono le 2:42 del mattino mentre scrivo. "Bright eyes" con la sua chitarra dolce e tagliente come piccoli coltelli punzecchia i miei timpani.

Il sonno non mi conforta e la realtà della veglia... non riesco a pensarci.

lunedì 5 gennaio 2026

Resta

La fine che hanno fatto i miei progetti di lungo termine di digiuno, un pacchetto di patatine bianche vuote e una padella di pasta ai frutti di mare finiti - forse è il pensiero di aver tradito la promessa che mi rende così triste, per quanto banale sia la cosa in sé, ancora una volta mi sono delusa, ho tradito me stessa in favore di un impulso. Sono una mangiatrice emotiva, e nei momenti di stress non mi accorgo nemmeno di star mangiando in eccesso. Oggi sapevo di dover consumare aria e caffeina, ma non so perché... Ci sono riuscita tante volte, oggi no. 
Sarà che si respira un'aria tutt'altro che allegra in questa casa e in questo mondo e come dice amaramente mia madre "Mangiare: è tutto ciò che resta".
A me piacerebbe sacrificare il gesto del mangiare per tutto il resto, ovviamente. Tuttavia la tristezza è così intensa che mi ritrovo lì con la mano infilata nel pacchetto di patatine bianche, ad artigliarne manciate e morderle e ingoiarle con la disperazione che galoppa.
Mangiare.
Nutri-mento.
Ho bisogno (ho desiderio) di un altro tipo di nutrimento, ma non posso averlo. 

4 gennaio

Ho preso la macchina da ubriaca - volevo solo andare a schiantarmi da qualche parte, o se c'era il rischio non mi importava. Così ho strisciato la macchina di un tizio e sono viva per un pelo. 
Il giorno dopo era tutto cristallizzato in un dolore che non sento più - forse ottundimento emotivo. Stride con più veemenza che mai con la realtà. Come se non vedessi un muro davanti a me - e quel muro, comunque, c'è. Mi impedisce di andare avanti.
Forse che le cose necessitano di tempo per essere superate. Così anche la delusione che prova e che io mi rifiuto di provare. Il lutto che viviamo. Non sono abbastanza adulta da affrontare certe questioni.

sabato 3 gennaio 2026

Puzzle

Sto ricorrendo a una specie di "tecnica spirituale" (non vorrei dire mistica) di radice buddhista per motivarmi ogni mattina. In realtà è una tecnica che ho cercato di usare a più riprese, e non ero mai motivata abbastanza nemmeno da portarla avanti fino in fondo. Si tratta di scrivere su un quadernino i propri desideri e rileggerli ogni mattina / sera, partendo con "io voglio".
Le origini di questa tecnica affondano nella tradizione buddhista. Ai monaci tibetani veniva ordinato di scrivere ciò che desideravano di più su un foglio e rileggerlo ogni mattina per distanziarsi dall'attaccamento alle cose materiali della vita. Se non che si accorgevano poi che quelle cose si avveravano.
Non so se sia superstizione, non so se siano fesserie, ma rileggo i miei desideri (cose piccole: come se non volessi osare più del necessario) ogni mattina e ogni mattina cerco di ricordarli a memoria per sapere come muovermi nel mondo (e quali atteggiamenti tenere con gli altri).
Se funzionasse (parzialmente), sarebbe solo una questione di forza di volontà. L'esercizio ha a che fare con la forza di volontà, non con la lampada di Aladino.

Ho scritto qualche lezione (lekcja) di polacco su un quaderno, stamattina. Leggo parole polacche da un mese e ho ancora problemi a trascriverle in autonomia. L'alfabeto polacco è pieno di segni che non hanno niente a che fare con la grammatica latina. Si avvicina (forse) al cirillico, come fonetica (Russia e Polonia hanno un passato in comune), anche se l'alfabeto non è cirillico ma di base latino.
Il primo obiettivo che mi sono proposta quest'anno è di arrivare alla 100esima lezione del libro.

Ripenso ad un video di Sysyphus (Youtuber statunitense a tema filosofia) che parlava di come la felicità spesso si trovi sulla strada del dovere più che del piacere. Ci sono molte persone che pur di procurarsi la "sensazione di" essere felici remano contro la vera felicità.
Come mio padre non ha mancato di farmi presente, sono un "vuoto" o "zero", ho buttato 20 anni della mia vita a stordirmi di "piaceri" e comunque non ne ho passato uno a lavorare per la mia vita.
Cerco di ridurre l'invidia (ingiusta) per chi ci lavora da anni e di settarmi su uno stato d'animo più maturo e orientato a una vita tranquilla e consapevole, più che fuggire dalle difficoltà per mezzo di piaceri ed emozioni facili.

venerdì 2 gennaio 2026

Come diventare buoni

La realtà delle cose sembra non andare di pari passo necessariamente con ciò che sembra lampante ed evidente, come suggerisce un romanzo di Nick Hornby (dal nome ononimo al titolo del post).
Cercando di operare una sintesi razionale, sono rari i casi in cui il mondo non riesce a snaturarti se ci mette abbastanza impegno e (soprattutto) se tu collabori con esso nella distruzione-autodistruzione. Quindi (mi) sorge la domanda: è davvero una faccenda genetica il male? O dipende da quanto a lungo ti hanno "tartassata"? Entrambe le cose. Soprattutto si può essere pienamente vittime e proprio perché vittime pienamente (anche) carnefici, perché come esseri umani siamo delle "spugne": assorbiamo ogni violenza e carezza che ci viene fatta. Non esiste una persona abbastaza integra da non farsi snaturare del mondo, se è veramente vittimizzata, se non in qualche serie TV o romanzo di formazione.
E' il discorso di Joker nella trilogia del Cavaliere oscuro: "o muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo". Mi pongo come fermo punto d'orientamento di non aver "ucciso nessuno", anche se, come si controbatte frequentamente, ho comunque moralmente ucciso con le parole. Ma vale un po' per tutti. L'auto-compassione me ne convince.
Questo è solo un momento come un altro di vago disgusto di sé, non va preso sul serio. Forse sarebbe meglio uscire dalle etichette "vittime" o "colpevoli" e considerarsi semplicemente umani.

giovedì 1 gennaio 2026

L'insulto definisce chi lo usa



Un gioco di specchi. Sapresti sopravvivere incontrando il tuo doppio?
Il tuo doppio è in ogni persona che incontri. L'universo di fuori è di dentro. Ciò che troviamo insopportabile nell'altro è ciò che ci rappresenta. L'insulto definisce più chi lo adopera che chi lo riceve. Quando colpiamo l'altro con certe parole, sono le stesse che useremmo nei momenti di sconforto per definire noi stessi. Non è mai capitato che nel bel mezzo di una furiosa escalation di violenza, di violenza verbale, una vocina suggerisse: "questo sei tu", "non lui"? Il cardine del senso di colpa successivo è proprio riconoscere in sé lo schifo che si proietta sull'altro.
Non incontriamo altro che parti noi in ciascuna persona. Tanto più se ci provocano delle reazioni: odio, disprezzo, rifiuto. Vediamo le parti di noi che sono inaccettabili nell'altro e per distruggerle le tartassiamo di fuori. Fa schifo, ma è così che funzioniamo.
Il processo di individuazione riguarda il guardare in faccia questo schifo interno e smettere di proiettarlo di fuori per ucciderlo - piuttosto "accoglierlo", perché ha bisogno di essere compreso ed ascoltato.

Stigma: note sull'identità degradata (E. Goffman)

“Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe.”
E. Goffman, Stigma

Come definire la normalità? è qualcosa che esiste come un contrasto, un non-colore come il bianco o il nero. è solo a partire dal confronto con ciò che "non è normale" che abbiamo una definizione di "normalità". e cioè:

ciò che non si discosta negativamente dalle nostre aspettative (specie in modo reiterato nel tempo).

Se - scrive Goffman in soldoni - si verificano in forma continua violazioni del "codice di normalità" si crea una frattura fra "l'identità sociale virtuale" (attribuita al non-normale) e "l'identità sociale attuale" (la "vera identità" dello stigmatizzato), in modo cristallizzato e stabile nel tempo.
Non si tratta solo di giudizi ma di pregiudizi in quanto potenzialmente qualunque cosa che uno stigmatizzato potrebbe compiere di - pure - normale viene letto attraverso i filtri della sua indiscutibile "non-normalità", che è a tutti gli effetti un'identità negata o degradata attraverso lo stigma che lo disumanizza. (Come sopra: crediamo che una persona con uno stigma non sia "proprio umana").

Finché esisteranno criteri per stabilire cosa è "normale" e cosa "no", all'ingiustizia sociale non ci sarà mai fine. Alla sofferenza dei diversi e dei deboli, mai una fine. 

E' per questo che le lotte cosiddette "woke" sono più importanti di quanto sembrino. Chi vi si oppone semplicemente non accetta di perdere il proprio privilegio trovandosi sullo stesso piano di colui che definisce "non-normale" e che potrebbe essere visto come un essere umano qualsiasi da un normale che sia (come definisce Goffman) "saggio" (non solo da uno stigmatizzato di pari tipo).

lunedì 29 dicembre 2025

Correre il rischio di essere felici in una società liquida


Ecco cosa succede quando passiamo tanto tempo insieme a una persona: le vogliamo bene. Anche se questa frase si presta a facili ironie da parte dei misantropi o asociali, o dei cinici, è una verità dura come la roccia che forse non tutti sono capaci di accogliere, perché nell'era dell'amore liquido (e della società liquida) non si ha più cura di nulla, men che meno dell'amore. 
Una citazione di Alessandro D'Avenia paragonava la "cultura" all'"aver cura":

“La cultura non ha nulla a che fare con il consumare oggetti culturali: ci si illude che consumando più libri, più musica, più quadri, si acquisirà più cultura. Conosco persone che consumano tantissimi oggetti culturali, però questo non le rende più umane, anzi spesso finiscono con il sentirsi superiori agli altri. Cultura vuol dire stare nel campo, farlo fiorire, a costo di sudore. Significa conoscere la consistenza dei semi, i solchi della terra, i tempi e le stagioni dell'umano e occuparsene perché tutto dia frutto a tempo opportuno. Nella cultura ci sono il realismo del passato e del futuro e la lentezza del presente, cosa che il consumo non conosce: esso vuole rapidità e immediatezza, non contempla la passione e la pazienza.”

Forse D'Avenia parla di cose che non capisce?
Forse parla dell'amore nel suo termine più puro - aver pazienza, aver impegno, aver coraggio, per farsi addomesticare, per cedere al legame, cedere le resistenze, abbandonare la paura, di essere visti e di poter soffrire una volta che ci si è legati all'altro.
Non è un caso che "legame" nella nostra lingua voglia dire sia "relazione" che "nodo". Che si accosti l'anello al dito all'anello (con catena) alla caviglia. Ma è restando imprigionati dall'altro, senza tuttavia essere prigionieri, sapendo di restare "di tutto il mondo", sempre trovando casa in un'unica persona, che facciamo esperienza dell'amore e che possiamo sperare di salvarci dal dolore del mondo, dall'odio del mondo, dalla solitudine che proviamo.
Lasciamoci mettere sotto chiave, con le chiavi per uscirne in mano. Scopriremo forse di non averne mai bisogno.